Il tema delle povertà estreme o senza dimora, tecnicamente identificato come “grave emarginazione adulta”, sta subendo, in questi ultimi tempi, una profonda revisione che riguarda non solo le soluzioni operative adottabili ma anche la chiave di lettura attraverso cui ci accostiamo a questa tipologia di disagio sociale. È infatti necessario ormai iniziare a concepire questo fenomeno sociale – in espansione e in continuo mutamento, come dimostrano le indagini Istat del 2011 e del 2014 – andando in profondità, per conoscerne veramente le dinamiche e le differenziazioni, le caratteristiche peculiari e i tratti condivisi con altre forme di esclusione. In altre parole, è necessario iniziare a parlare di persone senza dimora al di là delle emergenze, non solo quando è necessario assumersi la responsabilità di una presa in carico più intensa come durante il periodo freddo e il periodo caldo dell’anno ma anche al di fuori di tali momenti critici, per recuperare, mediante lo studio e l’approfondimento, la complessità interna del fenomeno.

Attualmente però siamo ancora in una situazione in cui la maggior parte dei servizi dedicati alle persone senza dimora è pensata e progettata attraverso un paradigma che potremmo definire “emergenziale”, caratterizzato da diversi elementi: la prevalenza di azioni a breve termine; il focus principalmente centrato sul soddisfacimento dei bisogni primari; i finanziamenti temporanei e non strutturali. Potremmo tutti riconoscere in questi aspetti generali le modalità di funzionamento e di organizzazione dei servizi per le povertà estreme.

Nella nostra pubblicazione, dal titoloPersone senza dimora. Le sfide di un sistema integrato (online da novembre e scaricabile qui), abbiamo invece cercato di affrontare il tema delle povertà senza dimora non più a partire da una dimensione residuale ma da una prospettiva integrata e generativa, cercando di restituire ai lettori la complessità dell’essere umano, sempre “in bilico” tra le criticità che impediscono lo sviluppo pieno delle sue potenzialità e le risorse da cui poter ripartire, da tutelare, da potenziare. Quello che cerchiamo di delineare nel testo è, in altre parole, un sistema olistico e differenziato che entri in contatto diretto con la persona e, a seconda delle esigenze personali, la accompagni con una presa in carico dialogica, costantemente revisionabile a partire dall’intreccio, sempre nuovo, tra vincoli personali e aspettative e risorse, sia interne che esterne, dei soggetti.

Nel libro però non abbiamo voluto fornire soluzioni a buon mercato né riteniamo di avere la “bacchetta magica” o la prospettiva corretta per accostarci al mistero della vita dell’altro. Le soluzioni vanno realizzate insieme coinvolgendo diversi attori sociali, sensibilizzando e facendo promozione umana. In questa pubblicazione, dicevamo, abbiamo cercato di proporre tre pilastri da cui partire per avviare una riflessione condivisa: l’attenzione alle diverse forme dell’abitare, l’appartenenza alla comunità e le occasioni di lavoro-formazione per le persone senza dimora.

Partiamo dal tema dell’abitare. Volutamente abbiamo utilizzato il termine forme dell’abitare” perché il bisogno in questione non può ridursi ad un tetto sopra la testa o ad un posto letto (per quanto essenziale) ma deve incontrare l’espressività della persona, deve essere declinato a partire dalle esigenze concrete,  dalla valutazione realistica delle sue capacità e risorse, dal vissuto pregresso. La casa rappresenta in sostanza un’emanazione profonda del sé, dell’identità e dell’intimità: uno spazio che, per quanto curato, se non incontra il fare creativo, la poiesis della persona, può risultare alienante ed estraneo a chi lo abita.

Poi vi è il secondo “pilastro”: l’importanza dei territori e della comunità. Ritornare sui territori, farsi presenti laddove le dinamiche di esclusione si generano e si alimentano, molto spesso nell’incomprensione e nel pregiudizio. Rompere le barriere del “noi” e del “loro” rappresenta un elemento fondamentale per invertire la rotta; e la possibilità di incontrare gli “ultimi”, temuti e stigmatizzati, può essere una via di uscita dalla paura del diverso e dell’escluso. Va perseguito dunque un modello di accompagnamento basato sulla partecipazione civile, sul diritto di cittadinanza, sulla responsabilizzazione di tutti i soggetti (incluse le persone senza dimora), sull’accesso ai servizi e sulla tutela dei diritti di base. Una prospettiva innovativa potrebbe essere quella di portare nelle scuole e nell’associazionismo giovanile la conoscenza del fenomeno dell’esclusione sociale grave di chi vive in strada. Un lavoro quindi che non sia limitato alla sola cosiddetta “riduzione del danno” ma che possa spaziare in più settori riconducibili all’educativa di strada, ancora poco applicata all’ambito della grave emarginazione adulta. In questo campo, le azioni possibili sarebbero tutte da sperimentare, in dialogo coi quartieri.

Anche il tema del lavoro-formazione è affrontato e rappresenta in un certo senso “il grande assente” quando si parla di senza dimora. Non parliamo tanto di lavoro in astratto né delle famigerate “attività socialmente utili” ma di attività che “generano valore”, necessariamente incorporate in un contesto di comunità. Il legame con il territorio, con la storia e le tradizioni locali (culturali, gastronomiche, il turismo sostenibile, ecc.) rappresentano l’asse portante per umanizzare il lavoro e dare opportunità di inserimento economico e sociale ai gruppi svantaggiati. Molto è stato fatto, negli anni, dalle politiche attive per il lavoro: si tratta quindi di trasportare questi frutti, con il giusto adattamento, nell’ambito della povertà senza dimora. Per fare questo però non basta il Terzo Settore,  vanno chiamati a raccolta altri frammenti della comunità cittadina: sindacati, imprenditori, artigiani, cooperative A e B, Enti locali per lo sviluppo dei territori e del turismo, università, ideatori di start-up, ecc.

Per concludere, un modello di intervento adatto ad affrontare la complessità delle situazioni di vita di chi si ritrova ai margini della società richiede una progettazione concertata e multidimensionale, un sistema integrato: nessuno può sentirsi sollevato da una qualche forma di impegno. Il sistema di accoglienza che pensiamo, in fin dei conti, coincide con lo spazio sociale e con la partecipazione di tutta la città.

AUTORE: Area Ascolto e Accoglienza – Caritas di Roma