All’interno dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Umberto I opera dal 1979 il Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio (CRARL). Il Centro, unico nel Lazio per le ampie capacità e possibilità di operare in materia di Disturbo da Uso di Alcol (DUA, precedentemente nominata Dipendenza da Alcol), non svolge solo attività di natura assistenziale, ma gli vengono riconosciute funzioni anche nel campo della formazione universitaria, della produzione scientifica e delle collaborazioni nazionali ed internazionali.

Uno degli obiettivi che da moltissimi anni il Centro porta avanti tra enormi difficoltà operative è, ad esempio, mappare realtà che si occupano in vario modo della dipendenza da alcol. Nonostante le ridotte disponibilità delle risorse, si cerca di superare le criticità della rete di assistenza e cura nel Lazio per creare e rafforzare le collaborazioni che siano in grado di supportare a 360 gradi i bisogni dei pazienti. In tal senso in tutti questi anni di presenza sul territorio, si sono voluti promuovere momenti di riflessione e formazione tra operatori dei servizi pubblici territoriali, delle associazioni e delle comunità che si occupano di alcolismo, patologie alcol-correlate e dipendenze in generale, al fine di individuare strumenti e strategie per mantenere in vita tale rete capace di garantire dignitosi livelli assistenziali, nell’ottica di diritto alla cura per le fasce di popolazione con disagio complesso.

Mentre cresce l’allarme sociale per l’uso di alcolici, tra i giovani e non solo, la sanità pubblica, appesantita da tagli di bilancio, scelte politiche discutibili e miopie burocratiche sembra segnare il passo sul fronte della prevenzione e dell’assistenza, al punto che, in alcuni casi, si arriva a mettere a rischio il diritto alla cura per le vittime dell’alcol e le loro famiglie. Anche il Centro non è esente da tagli di personale, soprattutto senza alcun rimpiazzo dei medici andati in pensione, e con un personale sanitario (medici, psicologi e assistenti sociali) interamente precario con contratti in scadenza il 30 giugno 2019, fatta eccezione per due unità assunte a tempo indeterminato. Si perderà un fondamentale patrimonio di conoscenza scientifica e di esperienza multidisciplinare, che non potrà essere trasferito alle nuove generazioni di operatori del settore.

Nonostante i disservizi a carico degli operatori, i numeri assistenziali del Centro, solo per parlare dell’ultimo anno disponibile, ovvero il 2017, sono molto importanti. Sono state registrate più di 4000 visite specialistiche con circa 600 nuovi utenti, e circa 4000 giornate di ricovero tra Day Hospital e degenza ordinaria. Attualmente, il Centro oltre ad avere un Day Hospital alcologico (diagnosi, terapia e riabilitazione) e a fornire consulenze alcologiche in tutta l’Azienda, si occupa, attraverso vari servizi ambulatoriali, di patologie alcol correlate come la Sindrome Feto Alcolica, gestione di ulteriore patologie psichiatriche, la Tabaccologia, e gestione dei pazienti in valutazione Trapiantologica (facendo parte il CRARL della Liver Trasplant Unit aziendale, ha effettuato lo scorso anno circa 350 visite).

Il CRARL riesce dunque con grandi difficoltà a far fronte all’altissima domanda di aiuto, garantendo comunque prestazioni assistenziali sanitarie a migliaia di pazienti fragili che quotidianamente usufruiscono del Servizio. L’incertezza di stabilizzazione degli operatori e il paventato trasferimento della struttura dopo 40 anni dal Policlinico alla ASL Roma 1 da parte della Regione Lazio senza indicare modalità, tempistiche ed effettiva locazione, potrebbe portare ad una destabilizzazione dell’intero “sistema alcologico regionale” con un reale depotenziamento dei servizi, rendendo più difficile l’accessibilità alle cure per soggetti che notoriamente hanno già problematiche sia di natura logistica che spesso di natura moralistica.

La ricaduta in termini di mancanza di accessibilità alla cura porterebbe a conseguenze non solo per gli utenti, ma anche per le loro famiglie e per tutto il tessuto sociale circostante, senza dimenticare le associazioni del terzo settore e del volontariato che nel corso degli anni hanno trovato collaborazione con il personale presente. Tale spirito collaborativo ha generato spontaneamente una “rete” di professionalità diverse, finalizzando l’intervento sui pazienti e sulle loro famiglie in maniera completa, nell’ottica di un approccio multidisciplinare e multisettoriale. Il rischio è la creazione di un’ampia sacca di disagio sanitario e sociale, con aumento delle attività di assistenza completamente a carico del territorio e del terzo settore, che dovrà vicariare alle gravi mancanze di accesso e diritto alla cura, sancito dalla Costituzione

Quello che lascia perplessi in questa situazione sociosanitaria è che la formazione di un complesso interscambio di attività, quali l’assistenza medico-psicologica unita all’aspetto sociale, siano nati per spinta dal basso e non per organizzazione da parte degli enti preposti, che avrebbero nella loro missione la salvaguardia dei corretti stili di vita e la garanzia del diritto alla cura.

Appare paradossale in questo momento che tale rete, non venga supportata, ma addirittura smantellata negando ai pazienti l’opportunità di cura, andando ad affermare che l’alcologia è una disciplina “territoriale” e che non rientra nei Livelli Essenziali di Assistenza. Si lascia all’iniziativa dei singoli e spesso al volontariato, facendo leva sulla generosità dei soggetti, il compito di dover affrontare una problematica sociosanitaria rilevante, lasciando soli gli operatori, le strutture e dunque i loro utenti. Il supporto volontario tra strutture del settore (mutuo-aiuto), che riescono a mettere in campo differenti capacità e strumenti, è l’unica possibilità di sopravvivenza della rete stessa, che altrimenti sarebbe tagliata fuori da ogni dinamica organizzativa sia regionale che comunale.

La speranza è che chi si occupa della salute dei cittadini si accorga di tale mancanza e della differenza di trattamento nelle varie realtà laziali, sia in materia di pazienti che di operatori, e riconosca pari dignità a tutte le patologie e dunque pari opportunità a tutti i pazienti. Se ciò non avvenisse, il rischio è che si certifichi l’esistenza di persone affette da patologia di serie B, così come gli operatori che se ne occupano.

Le parole della politica e delle istituzioni per una patologia così largamente diffusa non trovano risposta in azioni concrete nell’ambito della prevenzione e della cura. La poca lungimiranza preoccupa perché tale marginalizzazione dei pazienti e delle loro famiglie rischia di amplificare fenomeni di esclusione in una realtà regionale fortemente provata e con una popolazione di dipendenti tra le più alte in Italia. Nonostante il grido dall’allarme più volte lanciato latitano le risposte da parte delle istituzioni.

Non si comprende a chi possa giovare tale vuoto assistenziale e la sua ricaduta in termini sociali, immaginando dunque senza alcuna dietrologia che si tratti solo di “sana” indifferenza.

Per tale ragione, ancora una volta, saranno le associazioni e gli operatori delle dipendenze, in accordo con le persone affette da patologia e i loro familiari, a doversi fare portatori di iniziative di integrazione tra strutture territoriali, insieme al privato sociale, alle comunità terapeutiche e al volontariato, per mantenere vivo quel patrimonio umano e di conoscenze ottenuto faticosamente in tutti questi anni di impegno e per ridare dignità alla dipendenza come patologia e ai pazienti come esseri umani.

AUTORECRARL – Centro di Riferimento Alcologico della Regione Lazio