Cari amici,
la settimana scorsa dopo tre mesi di lavoro intenso è terminato il Piano Freddo 2019 di Roma Capitale e così oltre ai presidi di Emergenza (Termini e Tiburtina per un totale di 80 posti sulle brande negli atri delle stazioni e un altro centinaio di posti scarsi sparsi per i centri della nostra città) ha chiuso anche il nostro bel Rifugio Sant’Anna.

In totale, nella nostra piccola grande casa di via Merulana, in questo brevissimo tempo e grazie alla collaborazione del Municipio I, delle ACLI ROMA, della coop. Autonomamente ma soprattutto di centinaia di amici e volontari come voi che ci hanno permesso in neanche una settimana di “allestire” una casa, siamo riusciti a dare rifugio a 55 persone diverse di cui 36 donne con grandi fragilità (29 straniere e 7 italiane) e 19 uomini (17 stranieri e 2 italiani).
Nonostante il breve periodo è stato un progetto davvero intenso che non solo ci ha consentito di dare un tetto e un pasto caldo nel periodo più freddo dell’anno a persone che altrimenti avrebbero avuto solo la strada come alternativa, ma anche, nel 49% dei casi (27 persone), di trovare una soluzione a lungo termine alla loro situazione di indigenza estrema. Credetemi, nel nostro settore questo è davvero un grande risultato, superiore ad ogni aspettativa, visto in particolare il poco tempo avuto a disposizione.

Per 14 di quelle persone siamo addirittura riusciti a “ricucire” quegli strappi che li avevano portati fuori da un equilibrio di vita stabile, permettendogli di rimettersi completamente in carreggiata, mentre per gli altri sono stati comunque avviati percorsi di recupero sociale, lavorativo, burocratico e sanitario che speriamo gli permetteranno quanto prima di recuperare uno spazio di vita serena e dignitosa. Tra i numeri degli accolti, 5 persone hanno lasciato spontaneamente il centro, ci auguriamo per soluzioni migliori, mentre, per onore di cronaca, vanno ricordate anche 7 persone che non hanno accettato di rispettare le regole comuni che ci eravamo dati nella casa, infrangendo il regolamento;  nostro malgrado abbiamo dovuto invitarle ad uscire per lasciare posto ad altri.  Anche questa è la realtà di chi ha scelto di aiutare chi vive in strada, non è sempre tutto facile anzi, il più delle volte è molto difficile, e ogni tanto ci troviamo costretti a stimolare oggi una presa di consapevolezza rispetto a determinate regole per aiutare quelle persone a intraprendere domani un percorso di recupero più stabile e duraturo.

Il giorno della chiusura del centro erano rimaste 16 persone sulle quali non avevamo ancora concluso il lavoro di reinserimento e che, in collaborazione con i servizi sociali del territorio, abbiamo orientato verso altri centri e altre soluzioni. Di queste persone qualcuna di loro sarà tornata in strada? Sì, purtroppo sì. Alcune saranno probabilmente rientrate di nuovo nel “circolo dell’accoglienza ordinaria” della Città di Roma che, nonostante i grandi sforzi, continua ad avere armi spuntate per dare una risposta a chi vive in strada: 1000 posti istituzionali scarsi durante il periodo freddo che diventano circa 800 durante il periodo ordinario per 12.000 persone senza dimora presenti nella città; senza contare i 4300 migranti di cui solo 2000 trova posto nei centri SPRAR, le 10.000 persone in attesa di sfratto, i 6000 ROM che vivono in campi autorizzati o tollerati e le oltre 70 occupazioni all’interno delle quali saranno presenti altre centinaia se non migliaia di persone.

Ma, a fronte di questi numeri, perché il “piano freddo” non dura tutto l’anno? Perché chiudono i presidi? E perché ha chiuso il nostro Rifugio? È la domanda che continuiamo a farci noi operatori del sociale quando un progetto di accoglienza finisce, ed ovviamente la prima risposta che viene in mente sono le risorse che non bastano mai; e questo è il motivo per cui ogni giorno continuiamo a credere in quello che facciamo lottando perché sempre più fondi istituzionali governativi o locali che siano, e sempre più strutture vengano dedicate a persone che nella vita hanno perso tutto, incominciando dalla casa. Perché le strutture ci sono, ma è difficile metterle a sistema; ed i fondi anche ci sono, finché non si decide di usarli per altro o di non usarli proprio (vedi i milioni di euro di fondi europei che spesso dobbiamo rimandare indietro).

Ma non è solo questo. Ci sono anche leggi che in situazioni di “emergenza” permettono di attivare meccanismi particolare di accoglienza che nel periodo ordinario non sarebbe stato possibile utilizzare. Un’accoglienza come quella fatta a Termini e Tiburtina con 40 persone sulle brande in uno spazio di poche centinaia di metri quadrati, in un periodo ordinario non sarebbe mai possibile anzi, sarebbe fuorilegge. Così in qualche modo si “utilizza” l’emergenza per poter superare la legge stessa, ed infilarsi in quei pertugi burocratici che ti permettono per pochi mesi di dare comunque più di zero a chi ha meno uno.

È un meccanismo strano, non è vero? Perché allora non cambiare la legge o perché non aumentare anche durante il periodo ordinario quegli spazi che hanno le carte in regola, come il Binario 95 ad esempio o lo stesso Ostello Caritas, per accogliere persone e dare Rifugio. Vale la prima risposta, mancano risorse, mancano strutture.  Non per niente proprio i due centri citati si trovano in spazi concessi in comodato gratuito da un privato, le FS Italiane.

Noi ci proviamo a inventare sempre qualcosa di nuovo. E allora mentre chiudeva l’emergenza freddo abbiamo avviato in uno spazio di un 9000mq a Casalbertone, un progetto nuovo: 26 orti sociali che a breve saranno coltivati dagli abitanti del territorio assieme ai nostri ospiti e porranno le basi per un “Villaggio della solidarietà” che vorremmo nel prossimo futuro avesse anche 20 piccole case in legno (nostre questa volta!) dove poter dare per tutto l’anno una risposta alle richieste di accoglienza di persone fragili come quelle che la scorsa settimana hanno dovuto lasciare il Rifugio Sant’Anna. E così il Villaggio 95 è il nostro nuovo raggio di speranza, la nuova scommessa, il nuovo obiettivo del nostro camminare quotidiano verso il prossimo: “Coltiviamo l’abitare” è il motto che abbiamo scelto. Perché finiscono i progetti, finiscono i finanziamenti o la disponibilità degli immobili, ma non finisce la Carità, e il diritto e la grinta e la consapevolezza di voler andare avanti e continuare a combattere per sostenere chi, schiacciato in una situazione di vita difficile, ogni giorno tende la mano sperando in qualcuno che gliela afferri per aiutarlo a rialzarsi.

Come ci sentiamo? Determinati, come sempre, ma ancora un po’ impauriti perché il progetto è grande, difficile e costoso. Ma non siamo soli, abbiamo la Fondazione Civiltà Cattolica dei Gesuiti che ci ha donato il terreno, abbiamo l’associazione Orti e Mestieri che ci sta aiutando a prepararlo, abbiamo i nostri ospiti che ogni volta che vengono al terreno rinascono, nella gioia e nella speranza; e abbiamo tanti amici e associazioni, che hanno iniziato a credere insieme a noi a questo sogno.

E poi ci siete Voi, che sappiamo non ci abbandonerete neanche questa volta.
Grazie, per esserci stati accanto in questi mesi e grazie perché sappiamo che ci resterete ancora, per molto…

Buona Resurrezione a Tutti.

AUTOREALESSANDRO RADICCHI – Direttore Shaker, Pensieri senza dimora e Presidente Europe Consulting Onlus